10/29/09

more reviews and interview!


Yo fellah,
here you can give a look about our opinions about our last album. And below, new reviews!!
Stay warm,
jG


En reise på tvers av sjangre. Dette er neimen ikke indierock, men elektronika. Eller? Kjært barn har som kjent opptil flere navn, og dette italienske, islandsk-lydende bandet med det Japan-refererende navnet (blir det world music av slik tverrnasjonal omfavnelse?) faller da også under flere stoler. Synthdominerende elektroinstrumentaler, programmerte rytmer, flerstemte vokalpartier, vegger av gitar; lydbildet er mangfoldig. Tilsynelatende er også «Hey Folks! Nevermind, we are falling down» i lengste laget, helt til det viser seg at de siste tre sporene er «Japanese only bonus tracks». Og vi bor i Norge.
Første sporet, «No Help for the wicked (the month of the dictators)», starter som musikken som akkompagnerer den endelige befrielsen av prinsessen i tv-spill-klassikeren Super Mario 3, før den kulminerer i en postrockeksplosjon en diktator verdig. Det er heller ikke det eneste bidraget som lukter av sjangeren; i symbiose med beats som veksler fra det drønnende hip-hop-aktige, til det knitrende elektroniske, har mange av sangene det svevende, drømmende og nøysomt oppbyggelige preget som kjennetegner mange av postrockens voktere. «Under a pale cold sky» er for eksempel en Múm-kamuflert Mogwai-låt, «Cluster of Bees», et crescendo på fire minutter, hvis bølge bruker to og et halvt minutt på å bryte og den frådende sjøen sluker resten. «Mistake/Ghost» høres ut som en blyg Björk, og er fundamentert på en grunnmur av solide beats. Platens sang nummer ti – «09» – innledes av skrivemaskintasting før vokalharmoniene overtar. Disse flyter oppå trekkspillet, som vedvarer fra den rolige begynnelsen, til den høyenergiske slutten der trommene lyder som kontinuerlige maskingeværsalver. Japanese Gum er et interessant bekjentskap, som har sin berettigede eksistens i skjæringspunktet mellom musikalske diametrale motsetninger: Lavmælt indiepop versus støyende postrock og shoegaze, Sigur Rós-parafraserende overveid melankoli versus nesten dansbare rave-stemninger i retning 120 Days. Sistesporet «Raskol´Nikov» utstråler dessuten ikke noe ønske om å gå ut med et fengende smell. Snarere beveger det seg i et saktegående drum'n'bass-landskap – om noe slikt finnes – mot et stadig mer støyende og skittent klimaks, frem til pipingen og skurringen avslutter platen som et likegyldig «fuck you!», lik en film som etterlater seeren med en håndfull ubesvarte spørsmål. Forøvrig er dette neimen ikke elektronika, men postrock. Eller? (Studvest)


Figli di quel Nord Europa che si distingue per toni cupi e malinconici; reduci dalle crociate indietroniche di inizio millennio e da una lungo vagare tra alcune delle principali netlabels nostrane, i Japanes Gum completano il loro corso con un album sulla lunga distanza licenziato nel Sol Levante e distribuito in tutto il mondo dalla Friend Of Mine records.
Un album paragonabile al compimento della maggior età di questi due ragazzi che dagli esordi su Marsiglia Records hanno saputo far si che il suono indietronico tanto osannato nei sui primi anni di vita, potesse avere un suo seguito ed una vita propria passato il boom dei primi anni.
Stabiliti i limiti entro i quali “agire”, i due non hanno dovuto far altro che prestare maggior attenzione a personalizzare suoni e strutture, ad alternare nel migliore dei modi il cantato maschile con quello femminile, a far intravedere una forma canzone mai troppo al centro della scena, ma sempre presente per indicarne la strada. Il risultato è un album maturo, in perfetto Japanese stile, che si allinea alla perfezione, e non ha davvero nulla da invidiare alle ben più note produzioni nord' europee con cui è doveroso un piccolo paragone. (Musicaoltranza)


Sembra tutto sospeso. Tutto in balìa di un evento che di lì a poco spazzerà via la quiete che si estende tra i solchi di questo album. I Japanese Gum restano in equilibrio per buona parte dell'album, con un elettronica eterea e dilatata; un'alba sono...ra dove i vari elementi affiorano e si dilatano fino a diventare indistinguibili. Il cantato affiora artico e lontano, ed il più delle volte è sussurrato e sovrastato da strati sonori e rumorismi di fondo che ne sporcano la facciata; "Under a pale cold sky" rimanda ai Board of Canada più organici e anche in "Big Whale" sembra di essere sospesi in acque profonde ed insondabili. Mentre "Raskol'Nikov" e "%" si sporcano le mani con i Sigur Ros di "Von". Ma non di sola elettronica è composto l'album, nel magma sintetico si trovano "No Help for the wicked (the month of the dictators)" e "Chlorine Blue" che portano dentro sè un germe shoegaze da poter sviluppare maggiormente in futuro e vicino agli Epic 45 meno strumentali. "Hey Folks!..." esce per l'etichetta giapponese Friend Of Mine che sancisce anche il taglio internazionale del prodotto anche se la band è tutta italiana (Paolo Tortora e Davide Cedolin sono genovesi, parenti musicali dei Port Royal?). Inoltre è possibile scaricare gratuitamente dal sito dei JG i primi ep "Talking.Silently" e "Without You I’m Napping". Insomma un lavoro stratificato che potrebbe farvi perdere il filo conduttore dei vostri pensieri, e quindi da ascoltare senza far altro, possibilmente a luci spente. (Shiver webzine)

10/21/09

First reviews and gigs!


Halla halla,
here we are to post some news.
First of all, we are happy to announce our first norvegian tour, that is almost ready to be confirmed. We should play four or five gigs, at this moment the one is in Oslo with Laconic Zero and Le Corbeau. Soon we'll post you with the other ones! Here all the next gigs:

31 Oct 2009 Reggio Emilia, Spazio Gerra w/Magpie
7 Nov 2009 Bologna, Link w/Tempelhof
17 Nov 2009 Oslo, Gloria Flames w/Laconic Zero/Le Corbeau
7 Dec 2009 Carpi, Mattatoio w/Magpie
9 Dec 2009 Savona, Raindogs w/His Clancyness/Cartavetro
11 Dec 2009 Codroipo, Hazard @Edera w/His Clancyness

And also, first reviews of our recent albums came:

Japanese Gum ‘Hey Folks! Nevermind We Are All Falling Down!’

Esordio sulla lunga distanza per un gruppo che già dopo l’ep di esordio (quel “Talking Silently” datato 2007 ed edito dalla Marsiglia Records, etichetta che già aveva visto nascere e crescere i concittadini Port Royal) aveva fatto parlare di sé. I Japanese Gum si presentano con un’oretta di musica eterea e sognante che si avvicina a quella dei già citati illustri concittadini, ma che guarda anche allo shoegaze e all’indietronica di stampo canadese, con sentori ambient che disperdono le note nell’aria come un profumo di violette tra i verdi prati di metà aprile.
Undici tracce più tre bonus tracks per un disco, come avrete intuito, dal respiro assai internazionale. Si parte con The Month Of Dictators (No Help For The Wicked), tra battiti elettronici lalipuniani e un’atmosfera sospesa un pò shoegazeiana che non disdegna graffianti virate chitarristiche tra i sinuosi arpeggi dei synth. Con Big Whale e % entriamo nei territori liquidi dell’elettronica ambientale più sibillina sempre turbata da increspature chitarristiche. Sunless Summer e Under a Pale Blue Sky si stendono invece su di un tappeto ambientale docile ma intriso di gracidii sintetici. Chlorine Blue è una deriva al ralenti che si gonfia man mano fino a esplodere in un boato di distorsioni. Cluster Of Bees dopo un inizio simile alla precedente assume connotati più spiccatamente rock nella seconda parte, anzi, decisamente post – rock. Mistake/Ghost e Converge sono due cavalcate a metà tra chitarrismo ed elettronica fragili e oniriche che nel loro nutrirsi di battiti sincopati ricordano certi Boards Of Canada, senza dimenticare la lezione dei Giardini di Mirò. 09 torna a strizzare l’occhio al pop elettronico dei Notwist ma rendendolo lentissimo, impercettibilmente avvolgente ma esplosivo nel finale. Raskol’nikov è una lunga suite electro – gaze in cui i synth la fanno da padroni, creando un’intricata ragnatela sonica.
To Erase Pains, la prima delle tracce bonus, sembra quasi un’esplorazione tra le possibilità del suono sintetico. Hon.e, invece, si muove sulla corposità della batteria che sostiene una miriade di linee sintetiche che si intrecciano e si ribaltano l’un l’altra. Chiude il disco First Reminder, tra ronzi glaciali e un’insolita ricerca melodica.
Veramente apprezzabile il lavoro della band genovese, forse solo un po’ troppo lungo e ripetitivo, ma i nostri sembrano pronti ad esplodere come uno dei nuovi fenomeni del sottosuolo musicale italico. Non sarà facile per i nostri, visto la diffidenza che trova in terra nostrana la loro proposta elettronico – ambientale – shoegaze, ma forse la loro dimensione potrebbe essere il mondo intero. Il loro sound necessita ancora di un preciso tocco stilistico, ma stoffa ce n’è. (Kathodic)


La definizione di "nuovi Port-Royal" sembrava già pronta per loro, predestinata già a partire dalla comune origine genovese e dal passaggio per la piccola ma attentissima Marsiglia Records, che ha pubblicato un loro Ep, "Talking, Silenty", al pari di quel "Kraken" che costituisce la prima testimonianza discografica dei più noti concittadini.
Ebbene, è invece il caso di chiarire fin da subito che i Japanese Gum, duo composto da Paolo Tortora e Davide Cedolin, con questo loro primo album rifuggono nei fatti con una certa decisione quell'etichetta preconfezionata che superficialmente si potrebbe loro accostare.
Certo, l'ambito musicale di riferimento non è poi così distante e così la matrice artistica originaria dei Japanese Gum, le cui opere precedenti sono apparse da subito indirizzate verso un'elettronica capace di coniugare una lontana matrice indie-rock con una spiccata sensibilità melodica e con ritmiche pronunciate ma sinuose. Questi gli ingredienti principali degli Ep autoprodotti o liberamente distribuiti in rete con i quali il duo ha cominciato a farsi conoscere al di fuori dei confini del sottobosco elettronico indipendente italiano.
Prova ne è la pubblicazione da parte dell'etichetta giapponese Friend Of Mine di "Hey Folks! Nevermind, We Are All Falling Down", album che oltre a segnare l'esordio ufficiale della band ne testimonia la transizione a stili e riferimenti musicali che travalicano ritmi e paesaggi elettronici per addentrarsi in modalità espressive che spaziano da elaborazioni para-ambientali a riferimenti nemmeno troppo velati ad altre importanti esperienze indipendenti italiane.
Fin dall'iniziale "No Help For the Wicked (The Month Of The Dictators)", l'album si mostra decisamente più "suonato" di quanto ci si potrebbe attendere, poiché accanto al battito elettronico e ad ambientazioni alquanto avvolgenti sono spesso presenti e percepibili chitarre che denotano la volontà di esaltare le componenti trascinanti di composizioni in continua trasformazione, da abrasive incursioni elettriche a predominanti tratti dreamy, che corrono su binari di elettronica liquida, al più increspata da turbini dai lontani echi shoegaze. Il tutto viene però accuratamente miscelato per piegarlo all'idea di musica propugnata dai Japanese Gum, un'idea che attribuisce la centralità alle componenti più immediate ed emozionali, quasi prescindendo dal veicolo strumentale e stilistico di espressione. In coerenza con questa impostazione concettuale, si susseguono così texture elettroniche delicate e dalla consistenza liquida ("Big Whale", "%") e più nervose saturazioni del suono, conseguite attraverso trame elettriche esplicitamente "rock" ("Cluster Of Bees") ma sempre accostate e filtrate da pulsazioni talvolta molto penetranti.
In tutto ciò, il duo genovese non devia mai con decisione verso quell'idm che potrebbe apparire qualche suo inevitabile punto d'approdo, dimostrando invece di non perdere mai di vista quella cura delle melodie che viene fatta sfociare tanto in impetuose folate synth-gaze quanto in canzoni dai toni dilatati e sognanti, che in "Ghost - Mistake" e in "Converge" possono essere assimilate a quelle dei Giardini di Mirò più elettronici.
Con il suo susseguirsi mutante di chitarre e multiformi sfumature elettroniche, "Hey Folks! Nevermind, We Are All Falling Down" è un'opera fresca e spontanea, dalla quale traspare la genuina passione per la musica dei suoi autori e la personalità indispensabile per permetter loro di delineare una propria autonoma fisionomia artistica, ben al di là di ogni possibile aprioristico riferimento. (Ondarock)


Per un progetto con tale moniker farsi produrre nel Sol Levante dev’essere il massimo. Correnti fredde, IDM a batteria naturale, chitarre riverberate, drones: okay, ma c’è da lavorare sulla voce -quando necessaria al flusso- e su un minutaggio drasticamente essenziale all’album e al singolo brano. (Blow Up)


Some months ago we saw Japanese Gum releasing Without You I’m Napping EP, shot but intense, and for sure introductory to their official Hey Folks! Nevermind, We Are All Falling Down.
The two-piece from Genova, Italy, through eleven tracks, look like injecting hectolitres of life blood to the body of a genre that, generally, looks like being short of breath in gaining personality.
I like to believe that Hey Folks! Nevermind, We Are All Falling Down is first of all a pop devise that earns vigour listen after listen.
It's here where the song-form retrieves a deep breath, letting melodies outcrop through glimmers wider and wider, - making literally blowing up the crystalline sheets of synth with chatartic loads of guitar (Chlorine Blue).
Emotional emergency at its purest form, i mean. Nothing superfluous.
Comparisons with their fellow citizens Port-Royal are soon to be forgot, and thanks to this release, Japanese Gum finally find their own (living) space in the italian scene. Shoegazing and glitch aesthetics rarely reach this greatness.
At least, at our home. (Komakino)


Actually, this is the first album sent to me for reviewing. It’s not Japanese , it’s Italian (but it is released by a label from Japan). Anyway, sounds more like a combination of Grizzly Bear and Sigur Ros. It's good. (Slowforward).